Orientamenti
per il cammino
quaresimale
nella nostra
comunità parrocchiale
N.B.: Il seguente interveento è stato pronunciato
dal Parroco lo scorso 20 Febbraio a tutti gli operatori pastorali della parrocchia.
Esso fa uso anche di alcuni articoli di Enzo Bianchi, Priore di Bose, che
sono disponibili anche su una pagina del sito della comunità di Bose: http://www-1.monasterodibose.it/bianchi-work.html,
a cui si rimanda vivamente per ulteriori approfondimenti.
1. Ci prepariamo ad
entrare in Quaresima, e sentiamo l'esigenza -a differenza degli anni
precedenti- di dare orientamenti concreti per viverla nel modo migliore dal
primo momento, che sarà la celebrazione delle Ceneri il prossimo mercoledì 25
Febbraio.
2. Ci prepariamo a
farlo in un momento nel quale il mondo ha un grande bisogno di qualcuno che
annunci una parola di speranza e di pace. L'illusione che la venuta del terzo
millennio portasse ad un'epoca di prosperità e di tranquillità, di giustizia e
di libertà, si è subito scontrata con l'11 settembre e l'attentato alle Torri
Gemelle, con la guerra dell'Afghanistan e dell'Iraq, con le migliaia e migliaia
di morti del terrorismo e di ogni forma di violenza, con gli attentati suicidi
in Iraq e in Palestina, con i bambini palestinesi morti a causa della violenza
dello stato di Israele e on le mamme palestinesi che si fanno saltare in aria
uccidendo giovani israeliani, con i problemi della Cecenia, dell' america
Latina, e così via. Si può senz'altro dire che ovunque si volga lo sguardo nel
mondo, non si riesca a trovare un'isola felice. Siamo entrati un tempo di
destabilizzazione globale.
Ma
purtroppo vi è di più. Abbiamo scoperto la SARS, e dopo la mucca pazza vi è
anche l'influenza dei polli, che minaccia di essere un'epidemia molto
pericolosa, e chissà quante altre nuove malattie sono in agguato e sono un
pericolo che scopriremo magari tra qualche anno in qualche remoto angolo del mondo.
E poi vi è la minaccia rappresentata della tecnica messa a servizio
dell'egoismo e della violenza, da un uso distorto e strumentale delle grandi
scoperte scientifiche, mascherate molto spesso da buone intenzioni e da volontà
di aiutare gli altri: come nel caso delle tecniche di fecondazione assistita o
della clonazione di embrioni per ricavarne cellule staminali, che - si
promette- elimineranno molte malattie in un futuro prossimo…
E qui
non mi soffermo a parlare della crisi economica o degli scandali finanziari che
tante persone stanno colpendo, e che stanno creando una situazione di disagio
molto forte. È un quadro fosco, preoccupante, che getta ombre inquietanti sul
futuro.
3. In questo mondo
così lacerato e diviso, così impaurito, così bisognoso di un futuro, noi
cristiani abbiamo un ruolo, quello di essere portatori della pace e della
speranza. Perché siamo discepoli di Cristo che vinto la morte, anche questa
morte. Queste realtà che abbiamo citato, questa violenza, il terrorismo, le
tecniche che manipolano l'uomo, creano barriere e divisioni tra gli uomini, ed
ognuno sente l'altro come una minaccia, come un qualcosa che gli può fare del
male, come un pericolo. E ne ha paura, ha paura degli altri perché li sente
come qualcosa che lo può far morire, che gli può creare sofferenza e dolore,
che può colpirlo e fargli del male. La Paura della Morte agisce in questo modo,
per paura della morte che l'altro ti può dare tu sei pronto a combattere
l'altro, lo senti come una minaccia e pensi solo a difenderti da lui, ad
aggredire prima di essere aggredito. E vedi come in fondo questo aiuta a
spiegare anche le situazioni internazionali: la dottrina della c.d.
"guerra preventiva", non affonda forse le sue radici proprio in
questo modo di pensare, ed in ultima analisi nella Paura della Morte?
Gesù Cristo è venuto a spezzare questo
circolo di morte, a sconfiggere la morte e la Paura della Morte, a creare la
comunione, ad abbattere le barriere che ti separano dagli altri, perché tu
possa scoprire un modo nuovo di essere, una nuova qualità della vita. Perché tu
possa fare l'esperienza che la morte che ti circonda è già stata vinta, e che
tu come seguace di Cristo puoi vincerla insieme a Lui. Cristo ti dona con la
sua vittoria di essere operatore della pace perché la guerra dentro di te tu
l'hai vinta con Lui, di essere portatore di speranza perché la speranza ce
l'hai nel tuo cuore, e sai che niente e nessuno te la può togliere. Sei
chiamato a portare i segni della fede nel mondo che non ha fede, q uesti segni
sono l'amore e la comunione, l'unità. Puoi fare tutto questo, puoi essere santo
come Lui è santo, diverso dal mondo che ti cuirconda come Lui lo è, perché in
te, nella tua carne, nella tua vita di tutti i giorni hai già vinto il peccato:
non per merito tuo, ma per merito di Lui che è morto e risorto.
Non sono
parole vuote, o retoriche esortazioni. C'è ancora oggi gente che come Pietro si
fida di questa parola e getta le sue reti, la sua vita, lì dove gli indica il
Signore. Non è un caso che in questo mondo in preda a così tanta violenza e
incertezza, i martiri cristiani continuano a morire e a testimoniare la loro
fede nel Signore dando materialmente la loro vita. E qui voglio ancora una
volta sottolineare come il termine martire -usato spesso per indicare i
suicidi che colpiscono i loro avversari facendosi saltare in aria- non abbia lo
stesso significato nella nostra fede. Il martire cristiano è colui che attua
nella propria vita il comando del Signore di avere un amore grande fino a dare
la propria vita per gli altri: e questo, lo fa accettando la sofferenza e la
morte a lui inflitte, ma nel contempo perdonando e amando; non uccide, certo,
ma si lascia uccidere con parole di pace sulle labbra. Questo passa sotto
silenzio, il sacrificio di tanti nostri fratelli nella fede spesso non è
conosciuto affatto: mi chiedo quanti di noi sappiano di Mons. Michael
Courtney, Nunzio Apostolico nel Burundi, ucciso lo scorso 29 Dicembre da
appartenenti ad una fazione armata di quel paese che non accettava la sua opera
di mediazione e di pacificazione in quello Stato che in 10 anni ha visto oltre
300.000 morti in una guerra civile tra hutu (che sono la maggioranza della
popolazione , ma minoranza nel governo) e tutsi (maggioranza nel governo, ma
minoranza nella popolazione). E se pure abbiamo sentito la notizia, quanti si
sono soffermati su di essa e hanno provato un brivido, un fremito, una
ribellione contro la violenza che si accanisce contro gli innocenti e gli
operatori di pace? E quanti tra di noi hanno pregato per i nostri fratelli
martiri nel mondo? eppure è solo uno delle tante centinaia di testimoni
dell'amore e della fede nel mondo: basti pensare anche solo ad Annalena Tonelli, uccisa con un
colpo di fucile al capo, il 6 ottobre in Somalia, dove viveva da 33 anni. Mi
pare un caso esemplare di evangelizzazione laicale. Così aveva detto di sé:
"Vivo a servizio, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza
appartenenza a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza versamento di
contributi per quando sarò vecchia. Grido il Vangelo con la sola mia vita e
brucio dal desiderio di continuare a gridarlo così, fino alla fine. Sono stata
per anni in mezzo alla guerra. Ho sperimentato nella carne dei miei, di quelli
che amavo, la cattiveria dell’uomo, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono
uscita con una convinzione incrollabile: ciò che conta è solo amare".
4. La QUARESIMA è
questo tempo in cui anche tu sei chiamato ad aprire gli occhi su questa realtà
per prepararti a celebrare davvero nella verità la Pasqua del Signore, il suo
passaggio, la sua vittoria sopra la morte. Per questo sei chiamato a combattere
contro il peccato, contro i cattivi desideri del tuo cuore, contro tutte le
tendenze che ti allontanano dalla verità e soprattutto dalla comunione e
dall'amore. La QUARESIMA è il tempo della conversione, un tempo in cui alla
luce della parola di Dio siamo chiamati a metterci in discussione, a rivedere
la nostra vita perché i punti deboli vengano combattuti. La QUARESIMA è perciò
il tempo della lotta, del combattimento. Ascoltiamo questa parola tratta dalla
Lettera di S. Paolo Apostolo agli Efesini.
Ef. 6,10 - 20
Attingete forza nel
Signore e nel vigore della sua potenza. 11Rivestitevi dell'armatura
di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. 12La nostra
battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i
Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro
gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
13Prendete perciò
l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in
piedi dopo aver superato tutte le prove. 14State dunque ben fermi, cinti
i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, 15e
avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace.
16Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete
spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; 17prendete anche l'elmo
della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio.
18Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di
suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e
pregando per tutti i santi, 19e anche per me, perché quando apro la
bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, 20del
quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è
mio dovere.
Cosa ci dice
questo brano? Mi voglio rifare ad un articolo di Enzo Bianchi.
Ci dice che il
movimento essenziale della vita spirituale cristiana è la lotta spirituale.
Già la Scrittura la esige dal credente: chiamato a «dominare all’interno del
creato», l’uomo deve esercitare tale dominio anche su di sé, combattendo contro
il peccato che lo minaccia: «Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di
te è la sua brama, ma tu dominalo» (Genesi 4,7). Si tratta dunque di una lotta
interiore, non rivolta contro altri uomini, non rivolta all’esterno di sé, ma
contro Ie tentazioni, i pensieri, le
suggestioni che portano alla consumazione del male. Paolo, servendosi di
immagini belliche e sportive (la corsa, il pugilato), parla della vita del
battezzato come di uno sforzo, di una tensione interiore a rimanere nella
fedeltà a Cristo, che comporta lo smascheramento delle dinamiche attraverso le
quali il peccato si fa strada nel cuore dell’uomo, per poterlo combattere al
suo sorgere.
Il cuore, infatti, è il luogo di questa battaglia. Il
cuore inteso ovviamente, secondo l’antropologia biblica, come l’organo che
rappresenta la vita nella sua totalità: centro della vita morale e interiore,
sede dell’intelligenza e della volontà, il cuore contiene gli elementi
costitutivi di quella che noi chiamiamo la persona e si avvicina a ciò che
definiamo coscienza. Tutto questo, nel cristianesimo, non è semplicemente
un movimento di discernimento e di aggiustamento psicologico: questa, dice Paolo, è la «lotta della fede»
(Timoteo 6,12), l’unica lotta che può essere definita buona.
È cioè la lotta che nasce dalla fede, dal legame con Cristo
manifestato dal battesimo che avviene nella fede, cioè nella fiducia della
vittoria sul peccato già riportata dal Cristo, e che conduce alla fede, alla
sua conservazione e al suo irrobustimento. La tradizione monastica ha affermato
che la vita di fede assume la forma di una incessante lotta contro le
tentazioni: «Questa è la grande opera dell’uomo: gettare su di sé il proprio
peccato e davanti a Dio, e attendersi tentazioni fino all’ultimo respiro»
(Antonio).
Ma che significa tentazione? Con questa espressione si indica
un pensiero (i padri greci parlano di logismoi),
una suggestione, uno stimolo che dall’esterno dell’uomo (ciò che si vede, che
si ascolta, che ci sta intorno...) oppure dal suo stesso interno, dalla sua
struttura personale, dalla sua storia, dalle sue peculiari fragilità, insinua
nel cuore la possibilità di un’azione malvagia, contraria all’evangelo. Ed è
evidente che la tentazione svela all’uomo il male di cui è potenzialmente
capace, e al contempo gli indica il nemico che deve combattere.
Ma come avviene tale lotta? A essa occorre prepararsi con la
vigilanza e l’attenzione. Vigilanza e attenzione sono la «fatica del cuore»
(Bersanufio) che consente al credente di operarne la purificazione: è dal cuore
infatti che escono le intenzioni malvagie ed è il cuore che deve divenire
dimora del Cristo grazie alla fede. In questo senso la «custodia del cuore» è
l’opera per eccellenza dell’uomo spirituale, la sola veramente necessaria. La
sconfinata letteratura ascetica sull’argomento consente di individuare un itinerario preciso, un dinamismo attraverso
cui si sviluppa la tentazione nel cuore umano e che occorre disarticolare con
la lotta interiore. È un dinamismo in quattro momenti fondamentali: la
suggestione, il dialogo, I’acconsentimento, la passione (o vizio).
La suggestione è l’insorgere nel cuore dell’uomo della
possibilità di un’azione malvagia, peccaminosa. Questo carattere negativo del
pensiero è discernibile dal fatto che provoca turbamento nel cuore, toglie la
pace e la serenità, distrae dalla memoria Dei. Questo momento riguarda
ogni uomo: nessuno ne è esente. Ed è a quel punto che occorre iniziare la
lotta: se infatti si acconsente a dialogare con il pensiero, se gli si accorda
spazio nel proprio intimo, esso diverrà una presenza ingombrante, un padrone
interiore, un mostro che dominerà l’uomo, ne condizionerà la libertà e lo
condurrà a compiere il gesto peccaminoso. Gesto che, una volta compiuto e
ripetuto, diviene un vizio, un’abitudine, una seconda pelle. Ed è più difficile
liberarsi di un’abitudine che rialzarsi da una caduta. Il pensiero va invece
stroncato sul nascere! In questa lotta spirituale le armi sono spirituali:
vigilanza e attenzione interiore, invocazione del nome del Signore, preghiera,
lettura e meditazione delle Scritture, apertura del cuore a un padre
spirituale.
È la lotta rivolta soprattutto contro la filautia,
l’amore di sé, l’egocentrismo, la tendenza ad affermare se stessi. È la lotta
per far regnare la comunione là dove siamo tentati di vivere nel regime del
consumo. È la lotta interiore, più aspra e dura d’ogni guerra che si combatte
al di fuori di sé. La tentazione, infatti, ha scritto Origene, «fa del credente
o un martire o un idolatra».
5. Da tutto ciò
scaturiscono alcune indicazioni concrete, sia a livello personale
che a livello comunitario, per vivere davvero la QUARESIMA come tempo della
lotta e del combattimento spirituale.
A
livello comunitario
abbiamo predisposto alcune iniziative per vivere in pienezza la QUARESIMA In
primo luogo, ogni mercoledì Sr. Mirella Castellano ci guiderà lungo un
cammino di lectio divina. È la fonte dell'ascolto della Parola nel
corso della settimana. Da questo incontro settimanale scaturisce tutto il
nostro cammino comunitario quaresimale di quest'anno: pertanto, ognuno senta
quest'appuntamento come un obbligo morale per crescere nella fede. Non è un
optional, non è un'opportunità, è un vero e proprio impegno morale. Questo
perché -lo voglio spiegare meglio- molte delle cose che facciamo sono per
gli altri, sono un servire la Chiesa e il Corpo di Cristo. Al
contrario, la lectio settimanale -come tutti gli altri appuntamenti di
formazione- sono per me, per la mia vita: sono non un servizio che
svolgiamo noi a favore della Chiesa, ma un servizio, un dono, che la Chiesa fa
alla nostra vita per farci crescere nella fede. È il nutrimento per la nostra
vita interiore: non posssiamo poi lamentarci se non cresciamo, se non siamo
ancora giunti alla pienezza della conosceenza di Cristo, se veniamo meno a
questi impegni. Abbiamo un solo dovere: quello di farci santi; questi incontri
ci aiutano, ci sostengono nella nostra fatica.
Inoltre:
ogni venerdì di quaresima sarà
celebrata la Via Crucis secondo la metodologia già messa
in pratica gli ultimi anni: tale appuntamento ha ovviamente un rilievo diverso,
rispetto all'incontro del mercoledì.
Ancora:
è previsto un ritiro comunitario per tutti gli operatori pastorali in un
sabato pomeriggio (da definire), possibilmente presso il Villaggio del
Fanciullo a Pozzuoli. La data e il luogo saranno comunicati successivamente.
Il
giorno Martedì 30 marzo alle ore 20 sarà celebrata una Penitenziale
comunitaria aperta a chiunque volesse accostarsi al sacramento della
Riconciliazione in occasione della Pasqua.
Per
quanto riguarda la Messa domenicale delle 10,30, si può prevedere una
supplementare celebrazione nel Salone, ma solo se si potrà assicurarne una
degna animazione liturgica.
Le catechiste
vivranno -insieme a tutte le catechiste diocesane- un incontro di preghiera
il prossimo 6 marzo alle ore 17 presso il Villaggio del Fanciullo.
Il Consiglio
Pastorale si riunirà infine il 16 Marzo per discutere ed eventualmente
approvare (o apportare modifiche) la sintesi delle relazioni presentate in
risposta al questionario del secondo anno di preparazione al Sinodo Diocesano.
Il 29
Marzo vivremo un altro momento importante: la visita del vescovo Mons.
Padoin, che ritorna sui "sentieri della visita" in occasione del
Sinodo, e probabilmente anche del Vescovo
Coadiutore Mons. Pascarella.
Il
prossimo 12 Marzo saranno invece celebrate le Cresime.
Altre iniziative
saranno comunicate successivamente.
6. In conclusione,
vorrei ribadire con forza l'impegno -anzi: il vero e proprio dovere- di
partecipare alla lettura biblica del mercoledì e al ritiro del sabato
pomeriggio, e quello di metterci in un profondo ascolto del Signore per
comprendere come Lui stia guidando la nostra vita e questa comunità. Concludo
con le parole del Santo padre nella Novo Millennio Ineunte :
Se il
Battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso l'inserimento in
Cristo e l'inabitazione del suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi
di una vita mediocre, vissuta all'insegna di un'etica minimalistica e di una
religiosità superficiale. Chiedere a un catecumeno: « Vuoi ricevere il
Battesimo? » significa al tempo stesso chiedergli: « Vuoi diventare santo? ».
Significa porre sulla sua strada il radicalismo del discorso della Montagna: «
Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt 5,48). Come
il Concilio stesso ha spiegato, questo ideale di perfezione non va equivocato
come se implicasse una sorta di vita straordinaria, praticabile solo da alcuni
« geni » della santità. Le vie della santità sono molteplici, e adatte alla
vocazione di ciascuno. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di beatificare e
canonizzare, in questi anni, tanti cristiani, e tra loro molti laici che si
sono santificati nelle condizioni più ordinarie della vita. È ora di riproporre
a tutti con convinzione questa « misura alta » della vita cristiana
ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie
cristiane deve portare in questa direzione. È però anche evidente che i
percorsi della santità sono personali, ed esigono una vera e propria pedagogia
della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone.
Essa dovrà integrare le ricchezze della proposta rivolta a tutti con le forme
tradizionali di aiuto personale e di gruppo e con forme più recenti offerte
nelle associazioni e nei movimenti riconosciuti dalla Chiesa.
Buon Cammino Quaresimale a tutti!
Scritti di Enzo Bianchi,
Priore di Bose
Un mercoledì per ricominciare
dalla polvere
Può apparire paradossale, ma anche in una società
secolarizzata come la nostra, il calendario di una serie di spensierati
festeggiamenti, diventati in questi ultimi
anni anche formidabili operazioni di marketing che coinvolgono masse
sempre più numerose di festanti di ogni genere ed età, è tuttora determinato da
una ricorrenza liturgica osservata ormai solo da un ridotto numero di
cristiani: sì, ancora oggi carnevale finisce il giorno prima del “mercoledì
delle ceneri” che a sua volta apre i quaranta giorni della quaresima precedenti
la Pasqua. Così, pur sommerso dal frastuono che vuole convincerci che la festa
deve continuare sempre e nonostante tutto, ogni anno ritorna un “tempo pieno”
che i cristiani sono chiamati a vivere tutti insieme come tempo di conversione,
di ritorno a Dio. Sempre i cristiani evono vivere lottando contro gli idoli
seducenti, sempre è il tempo favorevole ad accogliere la grazia e la
misericordia del Signore, tuttavia l’uomo ha bisogno di un tempo forte che si
stacchi dal quotidiano, un tempo “altro” in cui far convergere nello sforzo di
conversione le energie che ciascuno possiede. E la Chiesa – in
significativa convergenza con i tempi analoghi che le altre religioni
contemplano nei loro calendari, come il mese di ramadan per i musulmani
e yom kippur per gli ebrei – chiede che questo sia vissuto
simultaneamente da parte di tutti i fedeli, sia cioè uno sforzo compiuto “tutti
insieme”, in comunione e solidarietà. Sono dunque quaranta giorni per il
ritorno a Dio, per il ripudio degli idoli seducenti ma alienanti, per una
maggior conoscenza di colui che è confessato come “il Signore”.
La conversione, infatti, non è un evento avvenuto una
volta per tutte, ma un dinamismo che deve essere rinnovato nei diversi momenti
dell’esistenza, nelle diverse età, soprattutto quando il passare del tempo può
indurre nel cristiano un adattamento alla mondanità, una stanchezza, uno
smarrimento del senso e del fine della propria vocazione che lo portano a
vivere nella schizofrenia la propria fede. Sì, la quaresima è il tempo del
ritrovamento della propria verità e autenticità, ancor prima che tempo di
penitenza: non è un tempo in cui “fare” qualche particolare opera di carità o
di mortificazione, ma è un tempo per ritrovare la verità del proprio essere. E
a questa opera di discernimento è ordinato anche quel poco di ascesi, di
digiuno e di astinenza che è sopravvissuto a un “ammodernamento” poco sapiente
delle antiche pratiche penitenziali. La
quaresima riprende i quarant’anni di Israele nel deserto, guidando il credente
alla conoscenza di sé: conoscenza non fatta di introspezione psicologica ma
illuminata e orientata dalla parola di Dio. La quaresima riattualizza anche i
quaranta giorni di Cristo nel deserto, giorni di lotta contro il tentatore
combattuti con la sola arma della parola di Dio. Ed è lottando contro gli idoli
che il cristiano smette di fare il male che è abituato a fare e comincia a fare
il bene che non fa! Emerge così la “differenza cristiana”, ciò che costituisce
il cristiano e lo rende eloquente nella compagnia degli uomini, lo abilita a
mostrare l’Evangelo vissuto, fatto carne e vita.
Il mercoledì delle ceneri segna l’inizio di questo tempo
propizio della quaresima ed è caratterizzato dall’imposizione di un po’ di
cenere sul capo di ogni cristiano. Gesto forse desueto oggi, ma ricco di
simbologia che affonda le radici nell’Antico Testamento e nella tradizione
ebraica: cospargersi il capo di cenere è segno di penitenza, di volontà di
cambiamento attraverso la prova, il crogiolo, il fuoco purificatore. La cenere,
inoltre, costituisce un rimando alla condizione del corpo umano che, dopo la
morte, si decompone e diventa polvere: sì, come un albero rigoglioso, una volta
abbattuto e bruciato, diventa cenere, così accade al nostro corpo tornato alla
terra.
Un tempo nel rito dell’imposizione delle ceneri si
ricordava al cristiano innanzitutto questa condizione di essere vivente tratto
dalla terra e che alla terra ritorna, secondo la parola del Signore detta ad
Adamo. Oggi le parole che accompagnano il rito riecheggiano l’invito fatto dal
Battista e da Gesù stesso all’inizio della loro predicazione: “Convertitevi e
credete all’Evangelo”... Sì, per i cristiani ricevere le ceneri significa
prendere coscienza che il fuoco dell’amore di Dio consuma il peccato;
accogliere le ceneri sul capo o nelle mani significa percepire che il peso dei
peccati, consumati dalla misericordia di Dio, è “poco peso”; guardare quelle
ceneri significa riconfermare la fede pasquale, la promessa di resurrezione che
attende ogni carne. Nel vivere il mercoledì delle ceneri i cristiani non fanno
altro che riaffermare e annunciare agli uomini e alle donne in mezzo ai quali
vivono la fede in Cristo che ha riconciliato l’umanità con Dio, la speranza di
essere un giorno risuscitati con Cristo per la vita eterna, la vocazione alla
carità che non avrà mai fine.
(La Stampa , 13 febbraio 2002
)
Primo, riprendersi il tempo e
aprire un libro
Quando la quaresima era sentita e osservata (magari
con spirito legalistico, ma osservata) dai cristiani come un tempo contrassegnato
da rinunce e pratiche penitenziali, vi era un’espressione gergale per indicare
qualcosa di difficile e noioso: “lungo come la quaresima!”. Oggi più nessuno
ricorre a questa esclamazione, semplicemente perché la quaresima non è più
vissuta “a caro prezzo” come richiederebbe un tempo che vuole essere un tempo
“forte”, un tempo “altro” rispetto al quotidiano, un tempo vissuto
simultaneamente e insieme dai cristiani come tensione, sforzo, anelito di
conversione e ritorno a Dio. Oggi abbiamo consapevolezza che un tempo analogo
lo vivono i musulmani nel digiuno dall’alba al tramonto per tutto il mese di ramadan
, lo vivono gli ebrei in occasione dello Yom Kippur , continuano a
viverlo i cristiani di tradizione ortodossa e orientale, ma noi cristiani d’occidente
non comprendiamo la specificità cristiana di questo tempo. Eppure nella
liturgia della chiesa si continua ad accennare “al digiuno, alle pratiche
penitenziali, all’astinenza”, manifestando così una schizofrenia tra ciò che si
prega e ciò che si vive. In verità è tempo che i cristiani, se veramente
vogliono essere credenti maturi, riprendano anche una pratica profetica della
quaresima, perché anche in questo sta la “differenza cristiana” che attraverso
il comportamento appare visibile, capace di narrare la speranza che abita il
cuore dei credenti. Non si tratta di tornare a vivere in modo legalistico e
meritorio delle “osservanze”, ma di praticare, di mettere in atto alcune
opzioni che, proprio in quanto sono d’aiuto alla vita cristiana, sono anche una
prassi in vista di una maggior qualità di vita umana e di convivenza sociale.
Vorrei allora proporre un itinerario per la quaresima, cercando di meditare
ogni domenica su un atteggiamento indicato dalla grande tradizione ecclesiale
come distintivo di questo tempo forte: il leggere, l’ascoltare, il digiunare,
il silenzio, la lotta spirituale, la condivisione.
Iniziamo con il leggere. Nella sua Regola, san Benedetto
prevede che ogni monaco all’inizio del tempo di quaresima riceva un libro dalla
biblioteca e lo “legga di seguito e interamente”, ogni giorno, al mattino
presto ( RB 48,14-15). Disposizione fissata in un’epoca – il
vsecolo – in cui i libri erano rari, al contrario dei novizi analfabeti,
eppure... Recentemente anche i vescovi francesi hanno indirizzato ai cristiani
una sapiente lettera proprio sull’ atto del leggere : si tratta infatti
di una pratica importante nella vita cristiana, non tanto di un’operazione
intellettuale, ma piuttosto di uno strumento per approfondire la fede, per
accogliere i doni di una tradizione ricca di conoscenza, per vincere la paura
di pensare, per aprire il cuore alla novità e a ciò che è stato cercato
dall’altro. Per un cristiano – consapevole che la parola di Dio è
contenuta nei libri per eccellenza, la Bibbia – l’operazione del
leggere diventa necessaria quasi quanto l’ascoltare: la bibbia è sacramento
della Parola.
Sì, proprio perché nel nostro paese si legge poco, perché
anche i cristiani leggono poco, il tempo quaresimale può essere l’occasione per
dedicarsi a questo esercizio. Sono molti i libri che forniscono cibo solido per
la vita cristiana, libri che sanno dare la gioia, il piacere di scoprire
aspetti inesplorati dei tesori del mistero cristiano. La lettura, infatti, è
sempre l’incontro di due parole: la parola fissata nella scrittura e la parola
interiore del lettore. In questo senso Jean-Louis Chrétien osserva che “il
corpo del lettore si fa icona di interiorità, garanzia sensibile di
raccoglimento”, e Wallace Stevens arriva ad affermare che “il lettore diventa
il libro e il libro legge se stesso attraverso chi si china su di esso”. Un
incontro, dunque, che tende e conduce a una conoscenza sempre più profonda:
solo chi conosce di più, ama anche di più e questo vale anche nella nostra
relazione con il Signore. Se un cristiano decide di dedicare del tempo alla
lettura mostra innanzitutto lo sforzo di organizzare, di dominare il tempo
della propria giornata: già questo lottare contro il tempo, come avviene anche
per fare spazio alla preghiera, è un atteggiamento anti-idolatrico. L’idolo del
tempo aliena il cristiano, ma questi ordina, domina, riscatta il tempo e,
quindi, lo santifica, introducendo un’operazione “altra” nella successione
delle ore e predisponendosi a pensare, a lasciarsi interrogare e a cercare
risposte e scoperte feconde. Sarà un arricchimento del modo personale di porsi
di fronte a Dio e al mondo, sarà un insegnamento di altre prospettive da cui
osservare ciò che accade attorno, sarà un confronto fecondo tra la Parola ,
vera luce dell’intelligenza, e le parole lette: sant’Agostino pensava
che “il leggere è dialogare con gli assenti” e questo accade anche nella lectio
divina, dove l’Assente è invisibile ma presente e vivente più che mai.
Certo, al cuore della vita cristiana ci dev’essere la lettura
della parola di Dio, quella lectio divina che permette di assaporare il
vino delle sante Scritture, ma la
sapienza di Dio è presente anche in tanti libri che l’incontro tra la Parola
stessa e chi l’ha letta prima di noi ha ispirato. Leggere un libro significa
compiere un’operazione tesa a leggere il mondo e la storia e accettare che
questo anelito ha già abitato poeti, letterati, profeti, musicisti, uomini e
donne diversi che hanno diversamente vissuto e diversamente scritto. Così
annotava Italo Calvino: “Leggere vuol dire spogliarsi di intenzione e di ogni
partito preso per essere pronti a cogliere una voce che si fa sentire quando
meno ci si aspetta, una voce che viene non si sa da dove, da qualche parte al
di là del libro, al di là dell’autore, al di là delle convenzioni della
scrittura. Dal non detto, da quello che il mondo non ha ancora detto di sé e
non ha ancora le parole per dire”. Sì, se quaresima è tempo di rinnovamento,
deve essere un tempo per scrutare questo non detto, un tempo per pensare: forse
è per questo che già nel vsecolo si tramandava la lettura come un’azione
quaresimale.
(Avvenire , 17 febbraio
2002)
Il silenzio parlerà
La tradizione spirituale cristiana ha sempre letto il
tempo della quaresima attraverso la metafora del deserto: è un tempo “altro”
perché contrassegnato dalla prassi dello “stare in disparte”, della solitudine
e del silenzio, in vista soprattutto dell’ascolto del Signore e del
discernimento della sua volontà. Questo far tacere parole e presenze attorno a
sé ha la funzione di disciplinare il rapporto tra la Parola di Dio e le parole:
il silenzio diventa occasione e strumento per dare priorità alla Parola, per
conferirle una centralità rispetto all’intera giornata in modo che sia
veramente ascoltata, accolta, meditata, custodita e, quindi, realizzata con
intelligenza. Vano si rivela l’ascolto della Parola se non è accompagnato da
quel silenzio che fa tacere le altre voci e sa subordinarle alla Parola. Il
silenzio, inoltre, è necessario per far nascere una parola umana autorevole,
comunicativa, penetrante, ricca di sapienza e di capacità di comunione: quante
volte, invece, ci pare di ascoltare parole “vane” perché non originate dal
silenzio, parole vuote di senso che altro non sono che rumore, affiorare
vociante dei peggiori sentimenti che ci abitano. “La bocca – ci dice il
Vangelo – parla dalla pienezza del cuore” e solo il silenzio interiore può
far tacere pensieri, immagini, giudizi, mormorazioni, malvagità che nascono nel
cuore umano (cf. Mc 7,21). Così, secondo san Basilio, solo “l’uomo capace di
silenzio è fonte di grazia per chi ascolta e sa donare agli altri parole di
pace e di consolazione”.
La spiritualità cristiana ha sempre prestato molta
attenzione al silenzio, esperienza vissuta soprattutto dai monaci che sono
giunti perfino a progettare e realizzare una architettura del silenzio :
non è un caso che i monasteri abbiano attratto sempre uomini e donne di ogni
condizione offrono loro come dono primario spazi di silenzio in vista di una
comunicazione autentica con Dio e con gli altri, di una libertà spirituale
affinata. Ma oggi è diventato così difficile volere il silenzio, crearlo,
viverlo... Il silenzio è il grande assente dalla nostra società, dalle nostre
città, dalle nostre case, dai nostri corpi, insomma, dalla nostra vita. La
modernità ha significato anche trionfo del rumore, ci ha imposto una perdurante
condizione di non silenzio, di non pausa a tutti i livelli e in ogni
circostanza della nostra esistenza. Gli effetti di questa dominante del rumore
assordante si riflettono sulle persone, sempre meno capaci di “vivere
consapevolmente il tempo”, sempre meno disposte ad acquisire una vita interiore
profonda e ad esercitare la comunicazione attraverso tutti i sensi, anche quelli spirituali. Si teme il
silenzio come se fosse un abisso vuoto, da riempire a ogni costo con un rumore
qualsiasi, mente in realtà è ciò che permette di ascoltare “bene” la vita. Nel
contempo si percepisce che il silenzio è anche un’esigenza antropologica e ci
si comincia a interrogare sul senso di molti comportamenti assunti negli ultimi
decenni: l’invasione dell’informazione, la sua rapidità di diffusione che
soffoca la persona e le impedisce una ricezione e una riflessione duratura; lo
strapotere efficace dei mass media che dettano idee e convinzioni
prefabbricate, che suscitano bisogni e sanciscono il primato della finzione
sulla realtà; l’uso così stoltamente diffuso della cosiddetta “musica di
sottofondo” che abitua a un ascolto disattento e casuale... Perché non reagire
a queste dominanti che alienano e
imbarbariscono le nostre facoltà interiori, sempre meno capaci di
comunicare con gli altri e di vivere con se stessi? Ormai viviamo più sovente
“fuori” di noi stessi che interiormente. Perché non ci ribelliamo alla
condizione di spettatori-ascoltatori forzati di conversazioni “cellulari” che
rompono il silenzio e si impongono prepotentemente a tutti e ovunque, dai treni
ai locali pubblici, dalle sale di riunione alle aule scolastiche, dai rifugi di
montagna alle spiagge?
La quaresima può fornirci l’occasione per un “digiuno”
dalle parole e dai suoni, per una ricerca e una pratica di tempi di silenzio
durante il giorno e di vigilanza sulle
parole affinché non siano mai violente né vane. Benedetto nella sua Regola
invita il monaco durante la quaresima a restringere la propria loquacità nella
libertà e nella gioia dello Spirito santo. Sì, ogni cristiano, per vivere una
vita più buona, più bella, una vita contrassegnata dalla beatitudine deve
esercitarsi a imparare il silenzio, a custodire il silenzio, altrimenti finirà
per perdere il contatto con la propria realtà autentica: non si apparterrà più,
non ascolterà più il proprio mondo interiore e non sarà più in grado di
ascoltare Dio.
Se Dio, secondo i profeti, chiama la sua sposa al deserto
per parlarle al cuore, è perché nel deserto regna il silenzio ed è possibile
cogliere la presenza di Dio nella “voce di un silenzio sottile” (1Re 19,12).
Sì, si può e si deve ascoltare il silenzio della terra, dell’aria immobile,
delle pietre, delle piante e dei corpi;
allora si scopre in essi un linguaggio fatto non da suoni né da parole, eppure
eloquente: un altro linguaggio, un’altra musica! E così in noi: Pietro, nella
sua Prima lettera, ci ricorda che esiste in noi “un uomo nascosto nel cuore
(1Pt 3,4): se questi viene misconosciuto, come potrebbe farsi sentire a lui il
Dio nascosto? Sì, il silenzio che noi temiamo e rimuoviamo, come la morte, è in
realtà esempio di ospitalità dell’altro in sé, è apertura all’ascolto: per un
cristiano è accoglienza e ascolto di Dio e del fratello creato a sua immagine.
(Avvenire , 24 febbraio
2002)
Tornare al digiuno, contro la
voracità dei consumi
Non si può vivere la quaresima senza vivere il
digiuno. Anzi, la quaresima – come testimoniano ancora i testi liturgici che i
cristiani continuano a pregare in questi quaranta giorni, senza rendersi conto
della schizofrenia tra il loro dire e il loro fare – è il tempo del
digiuno per eccellenza. Ma sappiamo tutti che, purtroppo, il digiuno ha perso
significato per i cristiani d’occidente – a differenza di quanto avviene
ancora oggi per le chiese ortodosse e orientali – e che ormai quasi
nessuno crede che il rapporto con il cibo sia un luogo di esperienza
spirituale. Il digiuno, dunque, appare come un’osservanza dei tempi passati,
quando l’ascesi era ritenuta necessaria per andare in Paradiso e quando,
paradossalmente, la fame era esperienza possibile per la maggioranza della
gente. Tuttavia, ed è un altro paradosso, oggi il digiuno è sovente al centro
dell’attenzione e si tenta di praticarlo per ragioni dietetiche, per motivi
estetici o sportivi. Qualche volte poi appare come mezzo di lotta e di
protesta, con il nome più politico di “sciopero della fame”: digiuno ostentato
che deve “apparire”, essere assolutamente notato e messo in risalto dai mass
media, pena il fallimento dello scopo prefissato; una forma di digiuno, questa,
che è l’esatto contrario del digiuno cristiano che, secondo il comando di Gesù,
dovrebbe avvenire nel segreto (cf. Mt 6,16), senza che nessuno se ne accorga.
La mia generazione – che ha ancora praticato il
digiuno dalla mezzanotte prima della celebrazione eucaristica, il digiuno alla
vigilia delle feste e quello, seppur
già attenuato, della quaresima – si è adattata in modo acritico e
senza resistenza a questa perdita di uno strumento assolutamente necessario per
una vita cristiana matura. È troppo tardi oggi per riprendere questa prassi
così profetica, così capace di resistenza nei confronti del consumismo e
dell’egoismo? Convinti che il luogo intrascendibile di decisioni e
atteggiamenti rimane la coscienza, il cuore del cristiano, crediamo allora
necessario riproporre il digiuno.
Conosciamo bene questa atmosfera regnante in occidente,
dove risuonano messaggi ossessivi che chiedono “di tutto, di più e subito”,
dove i modelli sono tesi a quella voracità che chiamiamo consumismo e dove
regnano “novelli dèi e signori” che impongono comportamenti philautistici e
narcisisti, maschere di un egoismo che non riconosce l’altro né, tantomeno, tra
gli altri, gli ultimi e i bisognosi. Diciamo la verità: quelle rare volte che
oggi si chiede il digiuno ai cristiani lo si fa nella forma, minacciata di
ipocrisia, di una cena sacrificata a favore degli affamati, oppure come impegno
per la pace. Troppo poco, e comunque il digiuno cristiano, quello “comandato”
– sì, comandato! – da Gesù e dalla chiesa primitiva è altra cosa e,
tra l’altro, non va neppure confuso con il digiuno praticato dai musulmani
durante il mese di ramadan.
Perché, dunque, il digiuno cristiano? Va detto che
occorre praticarlo per capirlo e coglierne le motivazioni profonde.
Innanzitutto, digiunare significa imprimere una disciplina all’oralità. I
monaci, in particolare, hanno avuto la consapevolezza che il cibo trascina con
sé una dimensione affettiva straordinariamente potente: anoressia e bulimia
sono gli indici di turbamenti affettivi che si ripercuotono nell’alimentazione.
Ecco perché il comportamento alimentare nell’uomo riceve un “surplus” di senso:
non dipende solo da bisogni fisiologici, ma appartiene al registro
dell’affettività e del desiderio. L’oralità, allora, richiede una disciplina
per passare dal bisogno al desiderio, dal consumo all’atteggiamento eucaristico
del ringraziamento, dal necessità individuale alla comunione. E qui
l’eucaristia mostra il suo magistero come esercizio ed esperienza di comunione,
di condivisione. Ecco la ragione del digiuno prima dell’eucaristia: non una
mortificazione per essere degni, non una penitenza meritoria, ma una dialettica
digiuno-eucaristia, una disciplina del desiderio per discernere ciò che è
veramente necessario per vivere, oltre il pane. Con il digiuno si tratta di
dominare il vettore del consumo per promuovere il vettore della comunione.
Ma il digiuno è necessario anche per conoscere da cosa
siamo abitati: chi prova a digiunare sa che, a partire dal secondo o terzo
giorno, vede sorgere in lui collera, cattivo umore, bisogni prepotenti... Tutte
occasioni per porsi domande essenziali: Chi sono io, in realtà? Quali sono i
miei desideri più profondi? Da cosa sono interiormente toccato? Quando sono
insoddisfatto e quando, invece, nella pace? Sì, il digiuno aiuta a scavare in
profondità, a conoscersi nella propria intimità, nel segreto dove Dio vede e
dove è trovato (cf. Mt 6,6). Certo, il digiuno sarà anche opera di penitenza,
pratica di solidarietà e di condivisione, ma sarà soprattutto questo provare se
stessi nel rapporto con il cibo per discernere la nostra vera fame e il nostro
autentico rapportarci a Dio e ai fratelli. Nel digiuno, infatti, la nostra
preghiera si fa corporale, si incarna in ciascuno di noi e il nostro rapporto
intellettuale con la realtà si completa in questo confessare con le fibre del
nostro corpo che noi cerchiamo Dio, che desideriamo la sua presenza per vivere,
che oltre al pane abbiamo bisogno della sua parola (cf. Mt 4,4).
Il digiuno non è un fine in sé, rimane uno strumento
privilegiato della vita spirituale, teso anch’esso all’unico fine della vita
cristiana: la comunione con Dio e con gli uomini.
(Avvenire , 3 marzo
2002)
E se il venerdì rinunciassimo
anche al pesce?
Strettamente legata al digiuno è la pratica
dell’“astinenza”, cioè della privazione di qualcosa. Oggi, di fronte alle
parole “privazione”, “rinuncia”, anche i cristiani avvertono subito un
sentimento di rivolta. Perché mai astenersi? Perché rinunciare? Al massimo,
qualora vi acconsentano, i cristiani cercano risposte e motivazioni nell’ambito
della carità e della solidarietà: rinuncia a vantaggio dei poveri, in vista di
una maggiore e più equa condivisione dei beni. Ragioni assolutamente valide, ma
non sufficienti a dare un fondamento esistenziale e spirituale all’astinenza.
In verità ogni essere umano ha bisogno di atti di astensione, a volte radicale
e perenne, altre volte parziale e temporanea, perché non si può fare esperienza
di tutto, senza porsi dei limiti: lo scegliere – quindi l’escludere qualcosa –
e l’assumersi la responsabilità della scelta così come il riconoscere i propri
limiti sono condizioni indispensabili per la maturazione umana, per il
superamento della fase infantile e adolescenziale della propria vita.
Diversamente si imboccano strade mortifere, cammini di dissoluzione e di
violenza.
Nella tradizione ebraico-cristiana c’è sempre stata
attenzione all’astinenza dal cibo, sotto forma di rinuncia ad alcuni alimenti,
in particolare le carni: di ogni tipo in determinati periodi, oppure quelle di
animali “impuri” o “sacrificati agli idoli” o ancora quelli uccisi senza
versarne il sangue o cotti nel latte della madre: tutti rimandi al legame
profondo tra carne e vita. Ancora oggi le chiese ortodosse conservano una
legislazione molto precisa riguardo all’astinenza da alcuni alimenti e i fedeli
vi si attengono con estrema serietà, mentre la chiesa cattolica propone
l’astinenza dalla carne solo nei venerdì di quaresima, permettendo la
sostituzione di questa pratica con altre opere nei venerdì del resto dell’anno.
Resta però difficile da comprendere perché mai astenersi dalle carni e poter
invece mangiare il pesce, che oggi è cibo più ricercato della carne, sovente
ben più costoso e, per molti, ormai più consueto della carne stessa. A nostro
avviso non c’è stata sufficiente riflessione nel rinnovare la legislazione
sull’astinenza, con un risultato veramente penoso a livello di linguaggio
espressivo e un’incidenza risibile nella vita interiore del singolo credente.
Eppure, secoli di tradizione spirituale cristiana avevano
conservato queste pratiche dell’astinenza come un memoriale necessario: per
vivere occorre sì mangiare, ma occorre anche cessare di mangiare e darsi un
limite. Occorre cioè cessare di mangiare tutto e così non dimenticare che per
poter mangiare carne occorre esercitare una violenza e uccidere l’animale.
Infatti, l’alleanza stipulata da Dio con “ogni carne” è latrice di una
dimensione antropologica che emerge nell’astinenza dalle carni: l’uomo deve
porsi un limite nella violenza che porta a “mangiare” l’altro e così ricordarsi
l’esigenza di essere “differente” nella relazione con l’altro. Sovente oggi
denunciamo l’atteggiamento possessivo e aggressivo dell’uomo verso la natura,
la terra, il creato, ma poi non siamo capaci di interrompere la nostra relazione
di violenza e di uccisione verso gli animali, che pure sono co-creature con
noi, coinquilini cui è affidato lo stesso spazio terrestre.
Ebrei o cristiani, non possiamo dimenticare che, nel
piano creazionale, all’uomo è stato dato come cibo “tutto ciò che sulla terra
produce erba, frutto, seme” (cf. Gen 1,29-30) e che nella storia umana il
mangiare la carne degli animali è solo una concessione successiva (cf. Gen
9,1-3). Quindi non nutrirsi di animali (e non solo la cosiddetta “carne”, ma
anche i pesci!) è possibile e farlo per determinati periodi di tempo – come
chiedeva l’antica disciplina della chiesa – significa esercitarsi a rinunciare
all’avidità aggressiva verso la “vita”, significa praticare un’astinenza che
insegna a ripensare la vita come dono e
la vita dell’animale come bene non disponibile in maniera illimitata in quanto
vita che comunque appartiene a Dio e non all’uomo. Per i cristiani tutti i cibi
sono “buoni” e nessuno è proibito come impuro: non c’è nessuna prescrizione a
essere vegetariani; ma per il dominio di sé, per la disciplina delle proprie
pulsioni e dei propri bisogni, per una più grande libertà intelligente e
armoniosa con tutte le creature, l’astinenza dai cibi animali in alcuni giorni
è possibile, necessaria e utile alla stessa vita spirituale. È bene non
dimenticare che per essere cristiani, donne e uomini “eucaristici”, cioè che
“mangiano la carne del Signore”, occorre saper discernere di cosa ci si nutre e
mangiare con “rendimento di grazie” e non con un’aggressività che è violenza.
Ma Antico e Nuovo Testamento ci parlano anche di un’altra
forma di astinenza temporanea: quella sessuale nello spazio della nuzialità. È
un aspetto che un tempo la chiesa non trascurava di sottolineare. Ma oggi,
quanti sono i giovani che sanno che uno dei precetti della chiesa prescrive di
non celebrare le nozze nei tempi proibiti? Oggi ci si sposa tranquillamente e
anche solennemente nel tempo quaresimale, ignorando il senso profondo che
questa disposizione veicolava. Infatti gli atti sessuali vissuti da un uomo e
una donna legati nell’alleanza matrimoniale, in una storia d’amore, sono santi
e benedetti da Dio: l’unione sessuale, come ha ricordato anche Giovanni Paolo
II, è “liturgia dei corpi” davanti a Dio e invocazione della sua benedizione che
sempre è portatrice di vita in abbondanza. Non si pensi, quindi, che la chiesa
abbia una visione cinica o angosciata della sessualità. Tuttavia, già l’Antico
Testamento e poi l’apostolo Paolo (cf. 1 Cor 7,5) forniscono consigli per la
pratica di un’astinenza sessuale
temporanea. È un prendere le distanze da un’azione che potrebbe diventare
banale, meccanica, scontata, non più rispondente a un desiderio ordinato, raffinato; è un imparare ad attendere che
l’incontro avvenga come un’opera d’arte; è un donarsi nel rispetto del proprio
e dell’altrui corpo; è un convergere insieme degli amanti verso una tensione
che proclama il primato di Dio anche sull’amore umano, anzi, nell’ amore
umano. Astinenza sessuale “sinfonica”, assunta di comune accordo in vista del
discernimento dei desideri, dell’assiduità con il Signore, della preghiera e
del guardare insieme “all’amore di Dio
che vale più della vita”!
Riscopriamo la lotta
spirituale
Il tempo della quaresima è sempre stato vissuto, nella
grande tradizione cristiana, come un tempo di ascesi, di disciplina, di lotta
spirituale: sì, perché l’essere e il vivere da cristiano è un esercizio
perseverante, una resistenza. Purtroppo l’idea che oggi si ha dell’essere
cristiani è quella di avere una generica attitudine alla bontà, di possedere
sentimenti religiosi e di nutrire una certa simpatia per il maestro spirituale
Gesù Cristo. In realtà, essere cristiani è acquisire a poco a poco i contorni
del discepolo e predisporre tutto per essere plasmati dallo Spirito santo in
conformità alla vita stessa di Cristo, la vita concreta, umana vissuta da Gesù
di Nazaret, il vero figlio di Dio e l’uomo autentico come Dio lo ha pensato e
voluto con la creazione.
Per questo occorre un’ascesi, compresa innanzitutto come
un discernimento e un conseguente impegno, cioè come un sapere dire con
risolutezza dei “sì” e dei “no”. Dire “sì” a quello che posso essere e fare in
conformità a Cristo, dire “no” alle pulsioni idolatriche egocentriche che ci
alienano e contraddicono i nostri rapporti con Dio, con gli altri, con le cose,
con noi stessi; rapporti che chiamati a essere contrassegnati da libertà e da
amore. Questa disciplina è certamente faticosa, ma è ciò che permette ala
fatica di farsi bellezza, qualità della vita autentica e della convivenza.
Necessaria è, dunque, anche la resistenza, la lotta spirituale nei confronti
delle pulsioni, delle suggestioni, delle ossessioni che sonnecchiano nel
profondo del nostro cuore, ma che sovente si destano ed emergono con una forza,
una prepotenza aggressiva che le rende per noi tentazioni seducenti.
La tradizione spirituale cristiana è ricca di questa
conoscenza del profondo del cuore e ogni cristiano maturo è “cardiognostico”,
conoscitore dell’abisso di ogni uomo. L’angoscia che ci abita, angoscia della
morte innanzitutto, e la conseguente volontà di conservarci e vivere ci riduce
a pensare di poter combattere la morte con l’autoaffermazione, con il possesso
delle cose e il loro accaparramento, con la voracità e il consumo di tutto ciò
che pensiamo ci aiuti a vivere. È questo il terreno in cui nascono le
tentazioni e, si badi bene, nessuna tentazione ci è estranea! Qui si impone la
lotta spirituale, questo combattimento sovente, ma non sempre, invisibile in
cui il cristiano oppone resistenza al male e combatte per non essere vinto
dalla tentazione. Purtroppo quanti conoscono oggi quest’arte della lotta
spirituale, che ancora la mia generazione ha ricevuto in eredità da comuni e
non rare guide spirituali? Così i cristiani si sono assuefatti semplicemente a
soccombere alle tentazioni, convinti che contro di esse non ci sia nulla da
fare, perché nulla hanno mai imparato al riguardo!
Ma come è possibile l’edificazione di una personalità
umana e spirituale robusta senza la lotta interiore, senza questo esercizio al
discernimento tra bene e male, senza questa strategia per dire dei “no”
efficaci e dei “sì” convinti? Dimentichiamo forse che, come ci testimoniano i
Vangeli, Gesù stesso ha lottato e non ha potuto sottrarsi a questo confronto
con il tentatore? Eppure dovremmo saperlo tutti: il peccato è accovacciato alla
porta del nostro cuore, verso di noi è la sua brama, ma sta a noi dominarlo
(cf. Gen 4,7); anche l’apostolo nel Nuovo Testamento ci ricorda che “il peccato
ci assedia”, che ci sono “dominanti che ci seducono”, che esistono “desideri
che contraddicono la nostra libertà”. Sì, c’è una lotta spirituale dura,
quotidiana, che richiede da parte del cristiano l’atteggiamento proprio di chi
va in guerra, ma con armi spirituali. Questa lotta ha come luogo il nostro
cuore, il centro della nostra vita psicologica, morale e spirituale, il luogo
dell’intelligenza e della memoria, della volontà, del desiderio e di tutti gli
altri sentimenti, lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e il suo
simile. Ma il cuore si trova anche esposto alla malattia della sclerocardia se,
a poco a poco, è reso incallito dal nostro non ascolto della parola di Dio e
dal nostro acconsentire a ciò che contraddice la volontà del Signore.
Avere un cuore unificato, un cuore puro, sensibile e
capace di discernimento, un cuore che custodisce e genera pensieri d’amore è lo
scopo della lotta spirituale. Che arte appassionante! Prepararsi nella
vigilanza alla lotta, a quella lotta che Rimbaud definiva “più dura della
guerra che si fanno gli uomini”; riconoscere il sopraggiungere della
pulsione, giudicarne la qualità buona o
cattiva e, se cattiva, resistere ad acconsentirvi combattendo con le armi della
memoria Dei , dell’invocazione del Nome santo del Signore Gesù;
intraprendere, quando necessario, la fuga per non soccombere? Sì, contemplando
la bontà dell’amore di Dio e degli altri, fissando lo sguardo su quella
dolcezza che può sostenerci, la vittoria sulla tentazione diventerà possibile.
(Avvenire , 17 marzo 2002)